Arte in tivù: Federico Zeri

Definito da Philippe Daverio come “il vate che introduce il non sapiente nel mondo infinito del conoscere”, Federico Zeri è il protagonista di oggi! Molti di voi lo ricorderanno sicuramente per la sua eccezionale preparazione artistica e per la sua feconda verve narrativa in grado di catturare la curiosità dei telespettatori! È stato tra i primi a rivoluzionare il modo di parlare d’arte in televisione, inventando un vero e proprio stile divulgativo, semplice e soprattutto accessibile al pubblico. Ma facciamo un passo indietro!
Siamo negli anni ‘70 quando si assiste ad un abbandono graduale della funzione pedagogica della tv delle origini. Il piccolo schermo inizia ad utilizzare volti noti e spesso fortemente polemici anche per diffondere saperi e i critici d’arte, solitamente portatori di contenuti culturali poco amati e soprattutto poco profittevoli per i vari dirigenti dei network, si trovano a doversi adattare alle logiche mediali, sviluppando una sorta di strategia di adattamento.
Il critico si fa “icona pop”e porta l’arte nelle case dei telespettatori in maniera accattivante e maggiormente emozionale rispetto ai precedenti esperimenti puramente pedagogici. Egli diventa vero e proprio influencer e personaggio televisivo, lasciando da parte i modi seriosi e accademici, per diventare piuttosto homo ludicus, perfettamente integrato alle modalità televisive.

Il primo a fare la sua apparizione da homo ludicus è proprio Federico Zeri(1921-1998), che incontra la tv nella metà degli anni Settanta con un reportage sulle condizioni di abbandono della via Appia nel programma In difesa di. Il suo maggior interesse è dar voce a gran parte dei beni culturali italiani abbandonati e per farlo si rende conto che il modo più efficace è quello di entrare a far parte della società dello spettacolo, perché “in Italia rispettano soltanto colui che è noto. Non guardano al valore della gente ma soltanto alla loro notorietà.”
Da allora, egli si serve della tv per affrontare temi a lui cari, e si fonde abilmente con la comunicazione televisiva, grazie al suo essere non solo uomo erudito ma anche abile oratore e uomo di spettacolo. Così, frequentando sia show popolari che trasmissioni “serie”, indossa vestiti eccentrici e bizzarri per incuriosire e allo stesso tempo affrontare tematiche complesse, in maniera vivace e non convenzionale. Con un linguaggio chiaro e immediato, capace di tenere inchiodato l’ uditore, conduce i telespettatori in un viaggio impietoso nel nostro immenso patrimonio. Tra capolavori e degrado, tra bellezza e oblio, ci fa ricordare con orgoglio e disprezzo di essere tutti italiani.
Le sue, sono autentiche performance a cui non mancano scontri verbali con numerosi personaggi noti tra cui Giulio Carlo Argan, Roberto Longhi e Vittorio Sgarbi. Lui stesso in una intervista televisiva, si definisce “serio nelle cose superficiali, buffone nelle cose che gli altri chiamano serie”.

A renderlo celebre è soprattutto la scoperta delle false teste di Modigliani nel 1984, subito attribuite da prestigiosi esperti d’arte ad Amedeo Modigliani, ma giudicate da Zeri simili a dei “paracarri”, talmente brutte da non poter appartenere all’artista. Da quel momento sono diverse le sue comparse in tv, dalla serie A tu per tu con l’opera d’arte di Francesco Simongini a Una vita con tanti Zeri di Ludovica Ripa di Meana, e ancora Bellitalia, Il laureato e Q come cultura.
Dal 1988 è ospite del programma di Giovanni Minoli, Mixer (1980 – 1998) e ad ogni puntata, in abiti sgargianti, legge i quadri e gli affreschi, scruta le tele, critica i restauri malfatti o ne descrive con entusiasmo la rinascita dei colori e delle forme, va alla ricerca di percorsi inattesi e si addolora per il degrado in cui versano le opere d’ arte. Memorabile è quando in caffettano celeste e vistose babbucce di strass mette in dubbio l’autenticità del Trono Ludovisi. O ancora Su RAI3 nel Laureato(1994-1996) condotto da Piero Chiambretti, quando paragona Mike Bongiorno e Pippo Baudo ai bronzi di Riace.
Come dirà Beniamino Placido “è un personaggio a cavallo fra commedia dell’arte e commedia goldoniana”, e proprio come Don Marzio il protagonista de La bottega del caffè di Goldoni “critica, borbotta, sospetta, insinua”, ma lo fa in modo affabile, facendo cogliere il valore profondo delle opere. Docere delectando è la sua filosofia e in ciò risulta fondamentale il suo linguaggio non accademico, chiaro e puntuale, che spesso comprende anche il dialetto, di cui si serve per deridere e sbeffeggiare gli amici e i nemici, o per denunciare il mondo che ci circonda, l’ avanzare della “monnezza”.

Gli ultimi anni deciderà di ritirarsi dalla televisione, abbandonando la maschera del buffone e rifiutando la società dello spettacolo che aveva frequentato per tanti anni. Sente di non essere riuscito nella battaglia che si è preposto. Dirà: “Sono stato sedotto dall’idea di lottare contro la società dello spettacolo utilizzando le sue stesse armi […]. Rispondendo alle buffonate con le buffonate, non ho esitato a travestirmi, ad apparire in scenari assurdi […]. Ora mi sento disincantato […] ho nostalgia (forse ingenua) di una televisione

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