Arte in tivù: Intervista a Giovanna Milella

“L’arte è un soggetto perfetto per la televisione, non vedo alcun tipo di incompatibilità! Anzi l’arte e la televisione sono un connubio straordinario”. Fermamente convinta che il racconto d’arte in tv sia qualcosa di meraviglioso (e come darle torto!?), la giornalista Giovanna Milella è la protagonista di questa nuova intervista! L’autrice e conduttrice di numerosi programmi culturali, ripercorre con noi la sua lunga carriera lavorativa per raccontarci quanto la divulgazione artistica sia un lavoro meticoloso ma altrettanto affascinante e ricco di emozioni. Scopriamo con lei le difficoltà incontrate e le soluzioni trovate nel coniugare il linguaggio televisivo con il linguaggio artistico!

 

Durante tutta la sua carriera ha dedicato il suo lavoro al sostegno della cultura e dell’arte italiana. Possiamo fare una breve ricognizione dei programmi televisivi culturali a cui ha partecipato?

Nella mia carriera ho dedicato molta parte alla cultura e all’arte. Inizio col dire che in tutti i programmi c’è un messaggio culturale. Io ho fatto tante cose, dal telegiornale a Chi l’ha visto. E anche quest’ultimo a suo modo è un programma culturale, perché ha tante chiavi di lettura. Viene seguito non solo dal pubblico interessato ai casi umani, ma anche da psicologi, da religiosi proprio perché tu entri in tante case in diretta, da quelle più povere a quelle più ricche, perché poi il fenomeno della sparizione riguarda tante classi sociali, non solo quelle più basse, e ti viene mostrato uno spaccato molto forte, delle sofferenze, delle relazioni tra le persone. Questo per dire che anche quel programma ha una chiave culturale.

Poi ho fatto anche delle trasmissioni culturali in senso stretto. La prima è stata una trasmissione radiofonica, perché ho fatto anche radio all’inizio, soprattutto quando ero a Milano. La trasmissione si chiamava La domenica in Lombardia, con un grande maestro che era Pino Mezzera, capo redattore di Radio3 ed esperto di cultura e teatro. Lui era veramente una grande persona e umanamente straordinario, per cui lo ricordo con grande affetto.

Poi sono andata a Roma a fare Chi l’ha visto. Ma Chi l’ha visto comunque coinvolge talmente tanto che ad un certo punto ho sentito il bisogno di fare dei programmi che cercassero delle realtà positive e non sempre delle sofferenze. Quindi ho chiesto io stessa di passare a Raiuno, dove nel frattempo c’era un nuovo direttore, e ho fatto Cara Giovanna, che era un programma quotidiano in cui ogni giorno si trattava un tema diverso.

Un’altra trasmissione molto culturale, oltre che molto religiosa, è stata il Giubileo. Dopo di che, come vicedirettore del TG3, ho fatto una trasmissione che si chiamava Italie. Italie era un magazine, in diretta ogni giorno a mezzogiorno, di un ora circa, su Rai 3 ed era un viaggio in Italia in diretta. Ogni giorno si faceva una tappa diversa in cui si illustravano, oltre le cose più significative dal punto di vista economico- sociale, anche le cose più belle dal punto di vista artistico. Quindi l’arte era trasversale in questo viaggio, perché ripeteva quasi il Grand Tour. Si dedicava una settimana per regione, passando da nord a sud o da sud a nord, attraverso le regioni confinanti. Era una trasmissione fatta in collaborazione con tutte le redazioni regionali, dove la Rai poteva dispiegare tutta la sua potenzialità e la sua capillarità, perché solo la rai ha un corpo di giornalisti così diffuso in tutti i luoghi, in tutte le regioni. Quindi era proprio una staffetta di regione in regione, di redazione in redazione. Era una trasmissione pensata e sviluppata per la Rai e con la Rai. Naturalmente si raccontavano i posti più belli anche legati alla vita della gente, le piazze, le chiese, i monumenti, quello che ci circonda e che amiamo. In Italia milioni di persone hanno la fortuna di vedere delle belle cose e questo è quello che rende il nostro paese qualitativamente straordinario. Cose belle e cose d’arte alle quali ci si abitua e invece sono una vera rarità. Le piazze stesse dell’Italia sono dei capolavori, non hanno bisogno nemmeno di alberi in un certo senso, perché sono talmente perfette. Ecco Italie era proprio un programma alla scoperta dell’Italia, anche quella meno conosciuta quindi soprattutto le cittadine più piccole e meno conosciute anche dal punto di vista artistico. C’è una tale ricchezza d’arte in Italia, che quello che all’estero sarebbe in primo piano, da noi neanche sappiamo che c’è e lo dico anche in modo autocritico. Quando io sono stata chiamata a lavorare a Roma e ho cominciato a perlustrare non solo più approfonditamente Roma, ma anche i dintorni, ho scoperto luoghi assolutamente fantastici, che noi, abituati a considerare prima Venezia, Firenze, Pisa, neanche avevamo nel nostro immaginario. Molti luoghi intorno a Roma, da Anagni a Villa Adriana, sono posti straordinari che magari conosciamo poco. Io penso che tutti gli studenti delle scuole dovrebbero essere portati a Villa Adriana, perché quello è la summa della concezione dell’imperatore illuminato che mette insieme le cose più belle che ha visto nel mondo. Quindi possiamo immaginare che cosa fosse quel luogo dove addirittura avevano inventato la metropolitana per i carri, cioè un tunnel sotterraneo in cui far passare i carri per non disturbare lo studio, il riposo e l’incolumità delle persone. Quindi in Italie c’era l’arte, ogni giorno c’era tanta arte, in diretta, da vedere, da ammirare, da conoscere, da valorizzare. Poi non era una cosa per addetta ai lavori, ma era una cosa viva. Di ogni luogo si faceva capire anche come lo si viveva. Nelle città visitate c’era proprio intorno una comunità e un forte senso di appartenenza e di legame con le opere. I milanesi per esempio, non solo sono affezionati alla Scala o al Duomo, ma anche alla chiesa delle Grazie, a Sant’Ambrogio. Poi magari non conosciamo le cose che vengono ritenute più piccole ma altrettanto meravigliose come per esempio la chiesa di San Satiro, San Maurizio in corso Magenta o la chiesa di San Giorgio in cui ci sono dei dipinti del Luini fantastici. La parte più bella di Milano sono le chiese, poi per il resto è una città che, per via dei bombardamenti, si è molto rinnovata.

Quindi dicevamo c’era Italie. Poi dopo Italie ho fatto Due per tutti, poi Palcoscenico che non era tanto d’arte ma di teatro, anche se le due cose si legano. Nell’ambito di Palcoscenico, con Giorgio Albertazzi e Dario Fo, ho fatto la storia del teatro in Italia, dalle origini fino al 1600. Questa storia del teatro, noi l’abbiamo ambientata proprio negli antichi teatri greci, romani, in tutta Italia, dal teatro greco di Taormina al teatro Farnese. Abbiamo ambientato dei pezzi anche a Venezia, a Palazzo Ducale e all’università di Padova dove insegnava Galileo. Quindi in queste puntate si vede anche la storia dell’arte attraverso la storia del teatro.

Ci può raccontare come è nato il programma “Due per tutti”? Avevate un idea precisa di pubblico a cui rivolgevi? Quali erano i criteri secondo i quali sceglievate di volta in volta gli argomenti? Quali erano le fasce orarie in cui andava in onda?

Due per tutti è stato un programma dedicato alla cultura intesa anche come eventi da vivere, come mostre da vedere, perché è nato proprio come magazine di informazione, diciamo di agenda. Quindi gli argomenti delle puntate li sceglievamo proprio in base agli eventi. Naturalmente non si trattava di una sterile “ lista della spesa”, ma una cosa più ragionata, più raccontata, con dei servizi chiusi sulle novità, ma anche delle interviste in studio e dei momenti anche di commento ai fatti del giorno. Era un magazine in diretta bisettimanale, che andava in onda al mattino e il pubblico del mattino è quello soprattutto delle donne. Ma sono le donne quelle più interessate alla cultura, che leggono di più, che trasmettono anche gli interessi ai figli e seguono i figli negli studi. Quindi il pubblico del mattino è un pubblico interessato, curioso, più vivo di quello del pomeriggio. È un pubblico più attento.

Ha incontrato delle difficoltà nell’esigenza di dover coniugare ed accordare il linguaggio televisivo con il linguaggio artistico?

Io ho sempre cercato di usare un linguaggio semplice ma non basso. In questo senso il Giubileo è stato una grande scuola perché aveva dei contenuti altissimi ma che dovevano essere diffusi in modo che tutti potessero capire, come è il vangelo. Il vangelo è la cosa più alta e più difficile di contenuti, direi paradossale, perché il vangelo invita ad amare i propri nemici. Sono contenuti davvero complicati da recepire, eppure sono esposti con una chiarezza, con una capacità di rivolgersi a tutti che è magistrale. Questo è sicuramente l’esempio più grande di come la semplicità si possa coniugare con la complessità.

Il linguaggio dei dotti può andar bene per un aula universitaria in cui si sa che sono tutti preparati, però io sono convita che più si impara ad essere chiari meglio è. Quindi il linguaggio era anche un po’ divertente, agile, però senza mai scadere.

Che cosa ha causato l’emarginazione dei programmi televisivi culturali?

Prima quando c’era solo la Rai, potevano mandare in onda un documentario anche alle nove di sera, tanto non c’era alternativa e tutti guardavano quello. Poi quando è cominciata la concorrenza della televisione commerciale, i programmi culturali apparivano meno briosi, e a poco poco sono andati a finire in certi orari di nicchia. Anche perché se si usa un linguaggio un po’ più complesso in un paese in cui sono pochi i laureati, saranno anche pochi quelli che seguono certi programmi culturali un po’ specializzati. Ripeto, c’è molta cultura anche in programmi che a noi non lo sembrano. Il programma di Fabio Fazio, per esempio, è un programma culturale senza dare l’impressione di essere un programma culturale. Lì c’è una grande capacità di relazione, di comunicazione.

Quindi, dicevamo, prima la concorrenza delle televisioni commerciali ha portato all’emarginazione in orari e canali poco seguiti, perché un programma culturale fa meno ascolti di quello magari di intrattenimento. E poi i canali digitali hanno fatto si che la Rai ma anche altre televisioni, abbiano collocato i programmi culturali, che erano diventati programmi di nicchia, addirittura al di fuori delle reti generaliste e nei canali digitali. Per esempio Palcoscenico, che era un programma di teatro, anche se andava in onda a mezzanotte era visto da mezzo milione di persone e nessun teatro è capiente per mezzo milione di persone. Quindi era un grande evento, sembrava riduttivo per la televisione ma in realtà era un grande evento per il pubblico di teatro. Alla fine eventi di questo genere, che andavano in onda a mezzanotte su Rai 2, sono stati trasferiti su Rai 5, canale dedicato alla cultura.

Adesso sui canali digitali c’è un canale per la storia, un canale per la cultura, insomma ci sono vari tipi di canali che sono però più di nicchia. Hanno trovato una nuova vita in questa divisione tra reti generaliste da una parte e poi i canali digitali dall’altra, che fanno meno ascolti ma è un ascolto selezionato, motivato, mirato, quindi comunque significativo. Il problema dei canali digitali è che hanno meno risorse a disposizione per cui investo meno. Perché a difesa della Rai bisogna dire che ha un canone molto basso(è un terzo di quello della televisione tedesca e la metà di quello della BBC), per cui ha sempre cercato di trovare un equilibrio tra la qualità e anche il dover competere con le televisioni commerciali, ma avendo meno risorse e quindi dovendo ricorrere anche al mercato pubblicitario.

 

Ricorda personaggi o trasmissioni che abbiano svolto un ruolo decisivo per quanto riguarda la rappresentazione e la divulgazione dell’arte in televisione?

Io mi ricordo che i documentari della Rai erano meravigliosi. Non è un mordi e fuggi come il telegiornale. Quelli che avevamo fatto per esempio quando c’è stato il restauro dell’Ultima cena. Sarà stato vent’anni fa ma io me lo ricordo ancora. Sei vicino, come fossi invitato a sederti a tavola. La televisione ti da il piacere del dettaglio. È come vedere la Cappella Sistina, è bellissima vista tutta insieme, però poi i particolari ti sfuggono e nell’arte il particolare è fondamentale. Attraverso la tv scopri delle cose che ad occhio nudo non vedi. In riferimento al presente invece fondamentali sono anche le trasmissioni che fa Didi Gnocchi per Sky arte. Poi l’ultima cosa straordinaria che ho visto, attraverso la televisione e non ancora dal vivo, sono gli affreschi del 300 dentro Arcivescovado. La Rai ha girato un cortometraggio di dieci minuti in 4k, che quando l’ho visto al Prix Italia, ho pensato: “ meglio che se fossi andata a vederli dal vivo, magari da lontano. Sembrano persino più belli. ”

Per esempio Michelangelo Antonioni ha fatto, davanti il Mosè di Michelangelo una cosa di venti minuti, senza una parola, si sente solo il rumore dei suoi passi. Questo vecchio di 90 anni che nella penombra va in questa chiesa ed inizia a contemplare questa statua e gli gira intorno. Poi prende e se ne va, come una preghiera. Questo è Michelangelo di Michelangelo nella chiesa di san Pietro in Vincoli. Capolavoro assoluto.

Per quanto riguarda i personaggi Sgarbi è sicuramente un grande comunicatore d’arte. È talmente bravo che ti da delle emozioni. Una volta ha fatto una descrizione della statua di Ilaria del Carretto a Lucca che quasi sembrava di vederla. O anche Philippe Daverio! Come si può parlare d’arte? Noi abbiamo questi esempi! Anche Piero e Alberto Angela hanno fatto delle cose bellissime sull’antica Roma. Questa è la televisione che diffonde e che fa amare l’arte. Te la fa vivere. Piero e Alberto Angela, Philippe Daverio, Sgarbi, bravissimi! Persone che sanno raccontare! Ecco bisognerebbe far parlare solo questi qua. Quando cominciano con le interviste ai curatori o alle curatrici, che devono esibire i loro saperi, sono terribili. Come quando si va a messa, il predicatore fa la differenza.

Secondo lei esiste incompatibilità tra arte e televisione?

L’arte è un soggetto perfetto per la televisione, non vedo alcun tipo di incompatibilità, anzi l’arte e la televisione sono un connubio straordinario. E fare servizi d’arte è bellissimo. È il pubblico che va educato fin da bambino, che lo faccia attraverso la scuola, che lo faccia attraverso i genitori, che lo faccia attraverso dei libri magari per bambini. Perché in fondo l’arte era un iconografia destinata a quelli che non sapevano leggere. Per esempio la fondazione Pasquinelli, fanno tutte le mattine la didattica per bambini relative a tutte queste piccole mostre che allestiscono di volta in volta. Per apprezzare proprio queste ricchezze, questi patrimoni, bisogna avere anche qualche strumento che va insegnato fin da piccoli. Se non esiste già, andrebbe fatto una specie di cartone animato, potrebbe essere bello.

Come giudica la presenza dell’arte in tv, per qualità, quantità e visibilità?

Io sono assolutamente convinta che l’arte in televisione sia una cosa meravigliosa, perché ti consente di vedere dei capolavori, che se andassi lì sul posto non vedresti così bene. È vero, è molto importante essere nel posto dove c’è il capolavoro, respirare la storia dell’opera. Ma se a vedere la cupola di una chiesa non puoi andare, beh vederla in televisione è un occasione straordinaria! Quello che vedi è ripreso da straordinari operatori, montato dai migliori montatori, proposto con della musica che sottolinea il linguaggio, il valore dell’immagine e quindi viene fuori qualcosa di straordinario. A volte si va in dei posti che sono così affollati, certe mostre così piene di gente, che certo si può apprezzare il fatto di essere lì con tante persone che provano la stessa emozione, però non è come vedere un opera d’arte da solo. È come leggere un libro. È una cosa molto personale, individuale, di interazione con l’autore. È proprio un rapporto one to one con il libro così come con l’opera d’arte, e non puoi vederla nel caos. Vedere il servizio in televisione a volte a me piace di più.

Mi ricordo una volta che ho fatto un servizio per una rubrica di approfondimento del telegiornale, sul restauro della chiesa delle Grazie, a Milano, quella vicino al cenacolo. È stata montata anche così bene che io mi sono commossa. Questa architettura del Bramante meravigliosa. Si sentiva un emozione…

Che funzione ha secondo lei la televisione nella tutela del patrimonio culturale?

Sicuramente parlando di tutela, denunciare le cose che vanno tutelate, ma direi più nella valorizzazione. In Italia anche il ministero, ha sempre sottolineato l’aspetto della tutela e della conservazione del patrimonio ma in realtà ci vuole anche la valorizzazione. In questo la televisione sicuramente può fare qualcosa anche attraverso gli spettacoli e gli show. Fare gli show in un posto spettacolare è una cosa che lascia incantati, che si ricorda.

Lei è stata Segretario Generale del Prix Italia ed attualmente è membro del consiglio di amministrazione di Chiamale Storie, l’associazione che sostiene il progetto “MemoMI”, la web tv sulla memoria di Milano. Pensa che il web possa favorire la comunicazione dell’arte e possa anche sensibilizzare il pubblico nei confronti del patrimonio culturale?

Come segretario Generale del Prix Italia, organizzavo questo concorso internazionale in cui si selezionavano i migliori programmi culturali di tutto il mondo, delle radio e delle televisioni. Quindi ho visto passare, attraverso il concorso, le opere migliori di tutto il mondo e posso assicurare che la televisione e anche la radio, sono dei mezzi straordinari di diffusione dell’arte, della musica, della cultura, che raggiungono milioni di spettatori, che danno delle grandi emozioni e che sono particolarmente sostenute poi nel ramo della cultura e dell’arte dalle televisioni pubbliche europee. Le televisioni pubbliche europee dedicano all’arte molti investimenti per programmi di altissima qualità. Infatti il Prix Italia è molto spesso vinto proprio dalle televisioni del nord Europa perché investono molto nei programmi artistico-culturali e fanno dei programmi di alta qualità.

Sono poi sostenitrice del progetto Memomi, e anche in Memomi l’arte passa attraverso la storia, l’architettura, le opere più significative di Milano. Il web pure valorizzare certamente la comunicazione, purché sia fatto bene, senza banalizzazioni. Il web apre infinite possibilità, rispetto alla televisione che ha dei costi alti. Riprendere e montare le immagini è una cosa complessa e molto costosa. Certo poi c’è il vantaggio che una volta che è stata ripresa rimane per sempre e non costa più niente, si chiama l’utilità ripetuta, però all’inizio ci vogliono molti soldi.

Con la rivoluzione dei nuovi media , non si parla più solo di educazione, intrattenimento e informazione ma anche di comunicazione interattiva. I nuovi media consentono quindi un vero e proprio dialogo tra emittente e ricevente. Secondo lei con quali vantaggi?

La comunicazione interattive potrebbe anche diffondersi come strumento didattico, a integrazione del rapporto con l’insegnante. Come si stanno digitalizzando tutti i contenuti delle biblioteche nazionali, che è una cosa di cui pochi sono consapevoli. Se si può fare per i libri immaginate cosa si può fare per le opere d’arte. E poi come dicevamo più si studiano, meglio si studiano e più sarà facile poi apprezzarle, perché si innesca un meccanismo virtuoso. Se già da bambini o anche al liceo, quando si fa storia dell’arte, si ha molta più documentazione, si impara meglio e ci si appassiona ancora di più. Le nuove tecnologie quindi possono solo arricchire.

In conclusione come vede il futuro per la divulgazione dell’arte in tv e sul web? Cosa si può migliorare?

Bene. Con le nuove tecnologie si va sempre di più per una comunicazione di tipo visivo, che prima non era possibile. Da quando c’è il video è cambiato tutto. Adesso i giovani, i ragazzi, ragionano molto di più in termini di immagini. Le immagini rimangono impresse. L’immagine per esempio del fungo, della bomba atomica, è una cosa che insegna e imprime un marchio indelebile nel cuore di tutti. Così come quando fanno vedere le immagini dell’olocausto. Credo che bastino quelle per far capire l’orrore. Sono immagini che non si dimenticano. Un conto è leggere, un conto è vedere.

Noi siamo già in una società molto più di immagine rispetto al passato e l’arte è una cosa da vedere sostanzialmente. Quindi non vedo che un futuro meraviglioso, di maggiore accessibilità, di maggior capillarità, valorizzazione. Il problema è che abbiamo talmente tante cose belle che bisogna trovare i mezzi per restaurarle e valorizzarle e anche per gestirle. Però, detto questo, io penso che si deve creare sempre di più un legame anche di responsabilizzazione. C’è già il legame, c’è già l’identità, i monumenti sono la traccia fisica della nostra storia, però è necessario anche sentirci legati e responsabili e non pensare sempre di aspettare che ci sia qualcuno che lo metta a posto, perché se no aspetteremo in eterno. Io penso che conviene che ci occupiamo di ciò che sentiamo profondamente nostro e magari diamo un contributo. Queste iniziative Fai per esempio hanno successo. Lo spazio pubblico deve diventare il nostro spazio che vale come quello privato. E quindi l’immagine, il video, la televisione, il web che va a raccontarti l’opera sia nel suo complesso che nel dettaglio, non possono che essere positivi. Bisogna dare valore a quello che abbiamo perché è un valore per noi stessi e per la nostra storia. È una bella emozione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

6 + 20 =

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: