Arte in tivù: intervista a Roberto Pisoni

“Quando noi abbiamo esordito, nel 2012, ci trovavamo di fronte ad una sorta di deserto culturale. […] Negli ultimi anni, invece, c’è stato un grosso risveglio e se posso essere un po’ presuntuoso, credo che il merito lo si deve anche a Sky Arte”. Queste le parole di Roberto Pisoni, direttore dell’unico canale satellitare dedicato al mondo dell’arte.
Sky Arte HD da sei anni propone una programmazione non solo varia ma anche accattivante e mai noiosa, come l’interessante talent show di Master of Photography, dedicato all’arte dello scatto che quest’anno giunge alla sua terza stagione o Il mistero dei capolavori, il programma ispirato ai gradi interrogativi irrisolti della storia dell’arte.
In tutti i programmi la dimensione visiva e tecnologia riveste un ruolo importante per Sky Arte HD, la cui alta definizione definisce l’identità e la qualità del canale satellitare, differenziandosi in tal modo dalle reti generaliste anche per alcuni esperimenti di produzioni in 3D. Il potenziamento delle videocamere e l’utilizzo dei droni, offrono infatti una prospettiva unica, accompagnando il pubblico verso suggestioni di rara bellezza.
Un canale quindi che finalmente risolleva la stagnante situazione della televisione italiana e da cui Rai e Mediaset dovrebbero prendere esempio. D’altronde l’arte in televisione è un connubio eccezionale, forse ancora scarsamente compreso e sfruttato dalla tv generalista.
Ecco a voi l’intervista al direttore di Sky Arte HD, Roberto Pisoni.

Come nasce Sky Arte e come si sviluppa?
Il canale di Sky Arte viene lanciato nel novembre del 2012 e nasce sulla scorta di due desideri fondamentali, due pensieri strategici. Uno riguarda il fatto che nell’azienda sorella, cioè Sky UK, esisteva un canale che si chiama Sky Arts e al nostro amministratore delegato pareva bizzarro che in un Paese come l’Italia non ci fosse un canale dedicato all’arte. In secondo luogo all’opportunità di riempire lo spazio editoriale, che in quel momento era vuoto, con un canale che fosse verticalmente dedicato, 24 ore al giorno, alla cultura e all’arte. In più c’era il desiderio di raccontare l’arte e la cultura in maniera diversa anche da un punto di vista tecnologico, perché il canale è soltanto in HD e all’epoca l’HD era un vero e proprio vantaggio competitivo nel senso che da un punto di vista tecnologico esisteva soltanto sky Arte come canale in HD dedicato a questi temi. E poi anche il desiderio di completare l’offerta per gli abbonati Sky con un contenuto che fino a quel momento non esisteva sulla piattaforma. Esisteva History, esistevano canali documentaristici legati alla tecnologia e alla scienza ma nulla legato all’arte e alla cultura quindi l’intento era anche quello di arricchire ulteriormente la piattaforma.
Quindi il canale ha compiuto lo scorso novembre cinque anni, nel frattempo accanto al canale si è sviluppata un’unità produttiva a partire dal 2014-2015 che ha cominciato a produrre dei contenuti anche per le altre Sky Arts, nel senso che al di là del canale esiste anche un’unità di produzione che produce dei contenuti anche per altri canali europei.

A che tipo di pubblico vi rivolgete?
Originariamente il target del canale voleva essere quello della piattaforma, cioè medio-alto alto e voleva essere più giovane di tutti gli altri canali culturali europei. Il target della piattaforma è un 35-54 ed è più o meno lo stesso target del canale. Il canale è equamente suddiviso tra uomini e donne con una leggera dominante maschile ma stiamo parlando del 51%, quindi di fatto è un canale che si rivolge ugualmente a uomini e donne. In questo momento l’età media è intorno ai 44 anni, che comunque è dieci anni più giovane rispetto a canali come Arte o come Sky Arts in Inghilterra cioè rispetto a canali che hanno un profilo più vicino al nostro.

C’è qualche programma d’arte sul canale che ritiene sia riuscito a coniugare in maniera esemplare il mondo dell’arte con quello televisivo?
Diciamo che in generale la cultura in televisione è una materia difficile da tradurre in linguaggio televisivo per varie ragioni. Perché la televisione tende a semplificare, a creare una certa distanza, a spettacolarizzare e a diventare oggetto di intrattenimento. Quello che cerchiamo di fare noi volta per volta è trovare una voce, un punto di vista originale che consenta di avere una certa profondità scientifica e contemporaneamente essere comunque un contenuto che sia fruibile da un pubblico non esclusivamente di specialisti. Quindi tentare di coniugare popolarità, intrattenimento a scientificità, questo è l’obiettivo. Ovviamente a volte ci riusciamo a volte no. Io credo che con le produzioni originali siamo riusciti quasi immediatamente a trovare una voce quasi inconfondibile e quindi a costruire un brand, un identità e questa identità è fatta di un linguaggio contemporaneo, con il tentativo di non essere troppo didattici ma cercare di inseguire anche un percorso più narrativo e quindi emotivo nella narrazione delle cose d’arte.
Riguardo a quale programma sia riuscito nell’obiettivo io credo che ce ne siano stati tanti. Ricordo con piacere un documentario che abbiamo fatto sulla Domus Aurea, ma anche una serie di documentari sui capolavori in giro per i musei. C’è una serie che ha grande successo che si chiama Sette Meraviglie di cui abbiamo realizzato cinque stagioni, che è una trasmissione molto semplice, voice over e grandi riprese dei luoghi celebrati dall’Unesco, che vuole raccontare ciò che abbiamo sotto gli occhi con uno spirito ed una forma visiva completamente nuova.
Posso citare anche quest’anno un programma di musica che si chiama 33 Giri che ha avuto grande successo e anche grandi recensioni sui quotidiani e sui giornali specializzati; Un documentario che abbiamo realizzato su Fabio Mauri la scorsa primavera che persegue il nostro obiettivo di raccontare anche figure dell’arte contemporanea italiana che sono poco conosciute e quindi riportarle alla luce attraverso la loro storia e la loro evoluzione artistica.
Ci sono state tante altre operazioni, come il documentario che abbiamo realizzato su un Caravaggio scomparso a Palermo e contemporaneamente abbiamo realizzato anche una ricostruzione del dipinto che è stato rubato e mai ritrovato e l’abbiamo restituito all’oratorio dal quale era stato rubato. Quindi abbiamo creato anche qualcosa che travalicava i confini della semplice produzione televisiva ma che cercava di avere un impatto anche sul territorio. Grazie a quella riproduzione che adesso campeggia al posto di una foto di pessima qualità, l’oratorio di San Lorenzo ha incrementato le proprie visite del 30%. Riuscire a coniugare una produzione di qualità per il canale e un intervento anche nella realtà è sicuramente una di quelle combinazioni che ci rende più felici e orgogliosi.

Quali sono state le principali difficoltà incontrate nel parlare d’arte in tv?
La questioni più difficile è sicuramente la scarsa dimestichezza italiana con la divulgazione, nel senso che in Italia esistono o dei presentatori o degli accademici. È difficile trovare la figura intermedia che è quella del mediatore culturale. Quindi molto spesso noi abbiamo rinunciato ad avere un volto video ed abbiamo privilegiato un approccio più documentaristico e meno da programma televisivo, perché mancano queste figure.
Esistono figure come Sgarbi, che sicuramente sa fare questo lavoro ma Sgarbi ha lavorato in Rai e ha lavorato in Mediaset. Non avrebbe avuto nessun senso portarlo sul canale. Daverio è sicuramente una persona che ha saputo realizzare questa commistione tra conoscenza e divulgazione ma anche lui è un personaggio che è cresciuto nella Rai quindi difficilmente spendibile per un canale nato da poco e che non voleva farsi schiacciare da presenze che fossero più conosciute del canale stesso. La Rai adesso ha reinventato Alberto Angela come conduttore di programmi d’arte con grandissimo successo.
Noi che vorremmo una tipologia più vicina a quella delle figure anglosassoni, Paese dove invece esiste questa figura, dove la semplicità della divulgazione non viene considerata un limite ma un punto di forza. Nella televisione italiana, invece, ci sono sempre state delle figure paternali che spiegavano tutto ma senza vera partecipazione.
La difficoltà maggiore è stata proprio questa, trovare delle figure di mediatori. Non ci siamo ancora riusciti ma stiamo cercando. È indubbiamente la cosa più difficile. Invece per il resto, sia per le costruzioni narrative sia da un punto di vista delle tecnologie e del linguaggio, credo che il lavoro che ha fatto Sky Arte è un lavoro di grande innovazione che ha trovato il modo di raccontare l’arte in maniera almeno diversa e più personale da come venivano raccontate prima.

Qual è il suo giudizio sulla televisione italiana di oggi?
Io credo che negli ultimi anni ci sia stato un risveglio riguardo a questi contenuti. Quando noi abbiamo esordito, nel 2012, ci trovavamo di fronte ad una sorta di deserto culturale. Rai 5, che all’epoca era l’unico canale che poteva essere considerato un canale culturale, aveva virato dal suo lancio, che era avvenuto qualche anno prima, verso una programmazione dedicata al life style. Esistevano dei programmi di cultura ma andavano in onda nelle ore tardissime della notte. Passepartout, il programma di Daverio, era stato bloccato quindi si trattava di un vero e proprio deserto.
Negli ultimi anni invece c’è stato un grosso risveglio e se posso essere un po’ presuntuoso, credo che un po’di merito lo si deve anche a Sky Arte. Sky Arte, per quanto sia un canale piccolo, perché su una piattaforma satellitare ha sicuramente un pubblico inferiore rispetto a tutte le altre televisioni, però ha avuto grande eco sulla stampa. Questo secondo me ha sensibilizzato la televisione pubblica. Rai 5 si è ritrasformata in una televisione che, accanto ai contenuti scientifici, ha ripreso a produrre dei contenuti legati all’arte. Rai 1 ha mandato in prima serata queste trasmissioni di Alberto Angela, iniziato con le notti nei grandi musei: al Museo Egizio, ai Musei Vaticani, agli Uffizi e che venivano dopo le nostre grandi produzioni che erano uscita anche al cinema legate proprio a questi luoghi.
Quindi credo che la televisione pubblica abbia fatto grandi sforzi anche se ne dovrebbe fare molti di più perché la televisione pubblica ha scritto nel suo DNA questo mandato, cioè quello di fare delle trasmissioni di un certo interesse culturale. È nato anche un canale come LaEffe che comunque, anche se non fa grosse produzioni, ha un profilo culturale. Perfino Mediaset ha ricominciato a mandare documentari musicali, cosa che non faceva da secoli. Quindi un piccolo risveglio c’è stato.
Noi facciamo un lavoro verticale e siamo il canale di riferimento in questo momento, però penso che un po’ di vitalità in più c’è. Lo testimoniano anche il grandissimo successo che i film d’arte stanno avendo negli ultimi due anni. Dei segnali di vitalità ci sono. Dire che la situazione è perfetta no, non direi. Ci sono paesi che ci insegnano che nei palinsesti c’è una presenza molto solida e forte di cultura. Parlo della Francia che ha il canale di Arte ma anche France Télévisions produce contenuti artistici. In Inghilterra, per esempio, hanno Channel 4 e BBC, che sono televisione pubbliche e trasmettono contenuti culturali e BBC addirittura ha un canale dedicato che è BBC Four.
Quindi la nostra non è una situazione ideale ma diciamo che se prima la cultura in televisione sembrava morta adesso forse è solo svenuta.

Ritiene che le trasmissioni sull’arte siano più adatte alle reti generaliste, ai canali satellitari o al nuove piattaforme digitali come le web tv ecc?
Diciamo che noi abbiamo trovato i produttori e i contenuti d’arte, che non esistevano in televisione, sul web. Nel senso che molte case di produzione con cui collaboriamo, nascevano producendo per il web, non per la televisione, perché il web era l’unica piattaforma che produceva in Italia dei contenuti legati all’arte. Quindi io credo che non esista un luogo ideale dove mandare questi contenuti però bisogna pensare e realizzare questi contenuti avendo presente la piattaforma di riferimento e quindi il pubblico di riferimento. È ovvio che se uno fa un contenuto per un canale generalista farà un programma di un certo tipo, se lo si manda su un canale satellitare ovviamente deve avere altre caratteristiche. Su piattaforme web o OTT, si ha forse una libertà di sperimentazione ancora maggiore ma comunque bisogna commisurarsi col mezzo. È ovvio che sul web non possono mandare contenuti da 50 minuti ma forse ha più senso pensare dei contenuti brevi o dei contenuti seriali brevi. L’orizzonte distributivo è quello che poi fa decidere la tipologia di prodotto da utilizzare e credo che sarebbe sano che tutte le piattaforme avessero dei contenuti legati alla cultura e all’arte anche perché ho la sensazione che fuori ci sia molta curiosità per questo genere di contenuti.

Pensa che un giorno le nuove piattaforme nate sul web potrebbero andare a sostituire la tv tradizionale?
Non lo so. Secondo me si tratterà di una segmentazione ulteriore del mercato dei prodotti audiovisivi ed è probabile che tutte queste piattaforme conviveranno. È ovvio che ci sarà una ridistribuzione degli ascolti. Molte persone ormai fruiscono di contenuti su supporti mobili, però magari quando stanno a casa hanno voglia di guardarsi un film o una partita di calcio in televisione e magari non la guardano sul tablet. Ci sono ragazzini che stanno tutto il giorno su internet e poi magari si guardano XFactor in tv con i genitori.
Credo che il proliferare di supporti e di piattaforme disperde e diversifica la fruizione ma non credo che ci sarà un mezzo di fruizione che vincerà sugli altri.

Come vede il futuro per la divulgazione dell’arte?
Quello che dico sempre quando vado negli incontri all’università è: “se vi interessa fare i divulgatori, dovete avere una grande competenza però dovete imparare a comunicare, imparare ciò ad essere molto brillanti nel trasferire questi contenuti. Dovete lavorare come dei mediatori.”
Quindi secondo me proprio grazie a questa presenza molteplice di piattaforme, si possono trovare modi diversi di divulgare. Però bisogna attrezzarsi per farlo, bisogna studiare per farlo, bisogna riuscire a stare al passo con i tempi anche da questo punto di vista. È ovvio che esiste un ambito che quello accademico e poi c’è un ambito che è quello audiovisivo in cui il modo di comunicare è diverso. Bisogna guardarsi intorno e capire quali sono i metodi più giusti per comunicare.
Quindi mi auguro che la comunicazione diventi sempre più diversificata e sempre più efficace perché c’è necessità di testimoni che raccontino le storie dell’arte e il nostro Paese, che è così ricco e diverso di culture e di luoghi che valgono la pena di essere raccontati.

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