Arte in tivù: intervista a Philippe Daverio

Chi non ricorda Philippe Daverio, con il suo inconfondibile papillon, seduto ad una scrivania con alle spalle una scritta cancellata? Andava in onda ogni domenica su Rai 3, pronto a condurre una trasmissione che faceva la differenza in un palinsesto fatto di reality, giochi a premi e fiction. Uno dei pochi programmi culturali che, superando gli schemi tradizionali di divulgazione, si adattava perfettamente al mezzo televisivo, riuscendo a suscitare e a mantenere l’interesse del pubblico.

Mi riferisco a Passeparotut, una trasmissione che ha innovato in maniera profonda il modo di parlare di arte in tv, per il suo stile immediato e non accademico e per la capacità di stimolare la voglia di apprendere dei telespettatori.

Passepartout era una delle poche oasi culturali nel desolante panorama della tv spazzatura italiana.

Al successo del programma contribuiva sicuramente la figura di Philippe Daverio, abile narratore in grado di proporre al suo pubblico prospettive nuove e stimolanti sul mondo dell’arte. Un divulgatore errante che, con il suo farfallino sempre stretto intorno al collo e l’accento marcatamente alsaziano, studiava e osservava quadri, statue, monumenti e li raccontava in modo chiaro e affascinante, approfondendo in tutte le sfumature il valore del patrimonio culturale.

Durante l’intervista non ho potuto far a meno di notare la sua amarezza nell’affermare che “la Rai in questo momento non ha più nessun interesse per i miei lavori!”. Non possiamo far altro che augurarci un suo grande ritorno sul piccolo schermo!

Philippe Daverio- Foto di Michela Camarda

Lei ha ideato e condotto per la Rai diversi programmi culturali tra cui ricordiamo Passepartout, una trasmissione di grande successo in onda dal 2001 e terminata purtroppo nel 2011. Può dirci quale è stata la sua esperienza?

Avevo un direttore interno a Raitre, Pasquale d’Alessandro, che era un uomo molto aperto a questa cosa e quando è andato via lui la cosa si è interrotta perché non si è interessato più nessuno. La televisione Italiana è molto particolare, non si basa solo sui risultati di audience ma si basa su relazioni politiche.

Quindi con lui è nato un percorso che si è chiamato prima Artù, poi Passepartout, poi Emporio Daverio. Percorsi diversi di trasmissioni in generale sulla cultura e soprattutto della cultura visiva nella sua trasversalità.

Come è riuscito a rendere l’arte telegenica?

Inventando un linguaggio diverso.

Tendenzialmente si crede che la telecamera non sia in grado di raccontare, invece la telecamera è uno strumento strepitoso per entrare nel dettaglio delle cose, per far vedere di un quadro la parte più interessante, per capire come è articolata un architettura e così via. Ma soprattutto quello che era più importante era evitare la divulgazione. Ci sono delle trasmissioni di divulgazione molto note. Il più bravo di tutti Piero Angela, il padre, il figlio è più improbabile. Il padre era molto bravo e quando faceva le sue cose, trasmetteva ai telespettatori una riduzione ben fatta di elementi preesistenti, quindi dava al volgo ciò che sapevano i sapienti, che è la volgarizzazione.

Ciò che facevamo noi era un po’ diverso perché noi facevamo ricerca e portavamo i nostri telespettatori in un operazione in cui loro stessi diventavano ricercatori, dove si aprivano delle porticine chiuse e ci si rivolgeva alla loro curiosità. Infatti avevo messo per anni dietro di me una scritta cancellata, che sembrava un opera di un’artista invece non lo era, sulla quale rimaneva solo una frase: “devo insegnare ai curiosi”. Chi era curioso poteva entrare in questo gioco è seguirlo.

La cosa intrigante è che la gente lo seguiva e la cosa più curiosa ancora è che talvolta guardavano le puntate anche più di una volta. Le nostre trasmissioni sono state rimesse in onda cinque, sei, sette volte e ogni volta avevano seguito perché era un po’ come rileggere una cosa che si era già vista ma cercando dei dettagli ulteriori. Quindi era il tentativo di tirare su il livello del telespettatore e non giù il livello della comunicazione. A mio parere in parte stava in questo il fascino del successo.

Secondo la sua esperienza cosa è cambiato nel racconto dell’arte in tv rispetto al passato?

Una volta era molto aulico o didattico. Oggi tende a stimolare più la curiosità.

Ricorda personaggi o trasmissioni del passato che la televisione di oggi potrebbe rimpiangere?

Le cose di Federico Zeri erano geniali. Ha fatto delle cose molto istrioniche ma molto coinvolgenti. Zeri è stato bravissimo. Poi ce ne furono altri dopo di noi che ebbero però poco successo perché tendevano ad essere ex cattedra e non si può fare ex cattedra perché la televisione non è una cattedra.

Zeri era il vate che introduceva il non sapiente nel mondo infinito del conoscere. Questo era molto affascinante.

Oggi quale potrebbe essere la strategia o il modello più efficace per parlare di arte?

Modelli ce ne possono essere più di uno. Quello un po’ noioso fa più fatica. Vedo delle trasmissioni fatte oggi noiosissime, un po’ pesantine e spesso poco dimensionate dal punto di vista culturale. Le cose devono avere densità per essere plausibili.

Secondo lei c’è qualche programma oggi che potrebbe essere preso come modello di riferimento?

No proprio no. Anche perché tendenzialmente la televisione non è interessata a questo tipo di modello e le televisioni private non hanno attenzione per questi argomenti. Inoltre la Rai ha perso la sua funzione di servizio pubblico integralmente. Di pubblico non ha più nulla.

Ritiene che le trasmissioni sull’arte siano più adatte alle reti generaliste, ai canali satellitari o alle nuove piattaforme digitali?

Le piattaforme digitali sono ancora molto deboli. Si sperava che diventassero più trainanti, ma sono ancora deboli perché l’uso del computer porta a dei consumi di pillole che non superano mai i quattro o cinque minuti. Noi abbiamo messo in rete anche una parte delle mie lezioni universitarie. Quando facevo le lezioni, invece di dare degli appunti davo i video agli studenti e sono stati seguiti molto dagli studenti. Una lezione può avere avuto anche cinque, otto, dieci mila visualizzazioni che per la dimensione della rete sono pochissime ma per la dimensione dell’università è parecchio.

Ma la questione della rete è ancora in fase di definizione. Con Netflix e con Amazon abbiamo iniziato a vedere una nuova dimensione al quale non eravamo abituati fino a ieri. Ma Netflix e Amazon sono legate alla lingua anglosassone e il problema vero è che, mentre negli Stati Uniti o in generale nel mondo anglosassone, la lingua è condivisa da mezzo miliardo di persone e capita da un miliardo, con l’Italiano è più difficile. Non esiste ancora una dimensione comunitaria Europea. L’Europa non ha una lingua unita, ogni paese ha la sua.

Secondo lei un giorno il web potrebbe prendere il posto della tv?

Ma credo proprio di sì. La televisione diventerà sempre più generica. Però rimane un vantaggio alla televisione, cioè gioca sulla pigrizia di chi guarda. Nel web devo andare a cercare, comunque devo compiere un piccolo gesto di ricerca per guardare quello che voglio. Sulla televisione mi metto lì, con il bicchiere di coca cola in mano, accendo la televisione e quello che mi dà lo subisco.

Un ulteriore fatto interessante è che la si guarda in più di una persona, mentre l’utilizzo del web è molto singolo e personale. Invece col grande schermo collegato al web, può succedere che tre o quattro giovani guardino insieme la stessa cosa, però sono quelli che hanno meno di 35 anni.

Walter Benjamin parla di perdita di aura nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’immagine. Lui faceva riferimento soprattutto al cinema e alla fotografia ma secondo lei oggi anche si può parlare di perdita di aura in riferimento ai nuovi mezzi di comunicazione?

Se si pensa al passato quando si andava a vedere una prima cinematografica in un grande cinema di una volta e poi si va a vedere quello che succede oggi nelle multisale, la perdita dell’aura c’è in tutti i sensi. Prima l’aura era legata proprio alla sua liturgia del momento: si guardava il film, si mangiavano i popcorn, poi si andava a mangiare la pizza. Questo fenomeno celebrativo era liturgico. La liturgia di oggi non si è ancora definita. Anche il cinema sta perdendo molto del suo ascolto, perché la vita non lo consente. Probabilmente se avesse tenuto i lampadari di una volta, l’ingresso in marmo, il venditore di gelati e di popcorn, era meglio. Era più divertente!

Come vede il futuro per la divulgazione dell’arte in tv e sul web?

È ancora tutto da inventare. L’esperimento nostro si è praticamente concluso perché la televisione italiana non lo ha ripreso. Le televisioni europee sono abbastanza contraddittorie. L’unico esperimento vero è quello che ha fatto Arte, ma Arte ha un audience ridottissimo. Noi facevamo cinque volte di più di Arte. Arte ha un audience di 0,7% in Francia e 1,4% in Germania, cioè niente. È anche vero che fa una programmazione abbastanza noiosa.

Secondo lei perché i programmi culturali hanno sempre un audience così ridotto?

Per un motivo banale: la parte evoluta della società occidentale non supera il 5%. Ma è normale che sia così. Il 5% della popolazione in Italia non sono poche persone. Cioè l’Italia contiene all’interno di se stessa un numero di persone interessate ai fatti culturali che è pari alla metà di tutta la popolazione Svizzera. Queste persone sono quelle che comprano i libri, che leggono regolarmente i giornali, che comprano i collaterali dei giornali e sono quelle che talvolta determinano anche l’opinione pubblica. Il resto vive in una dimensione completamente diversa.

E nei suoi programmi culturali cercava di rivolgersi al pubblico di massa o solo a questo 5%?

Tentavano ma era sempre questo 5% a seguire. In alcune parti del Paese diventa di più del 5%, in altre molto meno. Ma la stessa cosa avviene nell’editoria. Il 30% di tutti i libri che si vendono in Italia viene venduto a Milano e a 50 chilometri dei dintorni. Rappresenta quindi un terzo di tutto il mercato libraio Italiano.

Ha nuovi progetti per il futuro?

No, perché la Rai in questo momento non ha nessun interesse per i miei lavori. Ogni tanto facciamo dei video per il web. Ho appena finito un lavoro sugli affreschi di Padova che andrà su internet in cui abbiamo tentato la prima volta di farlo non solo in Italiano ma in anche in Inglese, Francese e Tedesco, primo tentativo mai fatto di un prodotto in quattro lingue. Verrà fatto per la città di Padova e nei prossimi due mesi verrà messo in rete. La motivazione è importante perché la città di Padova si è proposta come patrimonio UNESCO nel campo degli affreschi. Allora la cosa era utile all’città per farsi conoscere.

Credo sia il primo esperimento fatto in Europa di una trasmissione fatto non in una lingua ma in quattro. Questo è dovuto a un fatto mio personale perché l’italiano non è la mia prima lingua. Io sono stato formato nelle cinque lingue Europee, quindi sono atipico rispetto alla normalità.

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