Arte in tivù: intervista a Vittorio Sgarbi

Dissacrante e insolente, sfrontato e sfacciato, a volte uomo politico, a volte polemista trash, tra una rissa televisiva ed un’altra, trova il tempo anche per la sua attività di critico d’arte. Stiamo parlando di Vittorio Sgarbi, uomo di cultura controcorrente il cui «Capra, capra, capra!» risuona ancora nelle menti di tutti noi.

Le prime occasioni di popolarità televisiva risalgono agli anni ‘80 quando, nello storico programma del Maurizio Costanzo Show, alterna popolari lezioni d’arte a vivaci scontri verbali nei confronti degli altri ospiti. Le sue comparse sul piccolo schermo spiazzano e affascinano e l’arte diventa quasi un pretesto per intraprendere un discorso più ampio su vari argomenti, toccando anche temi politici e sociali contemporanei.

Vittorio Sgarbi – foto di Giovanni Dall’Orto

Critico d’arte o uomo di spettacolo?

La risposta è: entrambi! La pedanteria del critico è alleggerita dall’immagine di un vero e proprio showman, un performer in grado di attirare l’attenzione su di sé in qualsiasi comparsa televisiva, parlando anche di arte, artisti e opere. Il suo successo risiede proprio nel fatto di non rivolgersi ai soli eruditi ma ad una platea estremamente vasta, tralasciando il linguaggio accademico e presentando l’arte in formule tanto teatrali quanto chiare ed eloquenti.

Ma è questa la strategia o il modello più efficace per parlare di arte? Secondo Vittorio Sgarbi “più mandi a cagare e più cresce l’interesse, questa è sicuramente la chiave”.

Ho incontrato il critico più amato e odiato d’Italia in un piccolo negozio di antiquariato a Milano, per indagare e approfondire il mondo della divulgazione artistica in tv attraverso il suo percorso professionale. Anche in quel frangente è riuscito a fare spettacolo, richiamando intorno a sé un discreto numero di spettatori che si trovavano all’interno del negozio o che passavano di lì per caso.

Ecco l’intervista!

 

Fin dall’inizio della sua carriera ha sicuramente rivoluzionato il modo di parlare d’arte in tv, coinvolgendo e catturando l’attenzione del pubblico. Può raccontarci quali sono state per lei le esperienze televisive più significative?

Cominciarono in tempi remotissimi con Folco Quilici, in un programma che si chiamava Geo. Eravamo nell’ ‘85 ed io parlai di Antonio da Crevalcore che era un pittore ferrarese completamente sconosciuto. Poi continuai ancora da un famoso conduttore che era Buonassisi. Il programma era trasmesso di mattina quindi non aveva un riscontro di audience. Invece nel 1987, cioè trent’anni fa, ci fu la prima chiamata di Costanzo con cui inizialmente litigai. Poi mi richiamò nell’89. Lì, invece, litigai con altri e proprio il mio temperamento collerico e impetuoso mi consentiva di essere osservato e di incuriosire anche parlando d’arte. Quindi in televisione, cominciammo a fare, una volta la settimana, una presentazione di quadri di dodici minuti circa. Il pubblico del Parioli, invece di sentir parlare delle cose che sono nella quotidianità televisiva, sentiva parlare di Giotto, di Mantegna ma il personaggio che lo faceva era, non solo uno che conosceva bene la materia, ma che aveva raggiunto un credito in quanto molto polemico. In realtà è come se io avessi fatto, con tutta l’attività televisiva esterna all’arte (questioni civili, sociali quotidiane), una specie di grande spot alla storia dell’arte. Quindi tutto il resto era promozione alla storia dell’arte. C’era una ammirazione a bocca aperta nel vedere quella trasformazione dal a Dottor Jekyll a Mr Hyde. Mi chiamò anche la moglie di Ciampi che non conosceva Nicolò dell’Arca e che sentì descriverlo da me. Quindi vedeva questa meraviglia che nessuno aveva mai fatto vedere in televisione, però descritta in maniera molto eloquente da quello che un quarto d’ora prima poteva mandare a cagare qualcuno. Proprio questa contaminazione dei linguaggi, che poi ho sempre usato anche nelle mie conferenze, serve a creare una capacità di attenzione da parte di chi ascolta più forte che non rimanendo sul tema monocromo. Io posso fare una conferenza stasera e inserire Asia Argento mentre parlo di Caravaggio

 

Prima di lei ricorda dei personaggi o programmi televisivi che hanno svolto un ruolo fondamentale nella divulgazione dell’arte?

No, la divulgazione dell’arte non può essere fatta se non anartist. Tutte le trasmissioni d’arte e le trasmissioni di cultura tendono ad avere il contenuto ma non la forma. Quindi non basta dire che si parla di Petrarca. Puoi anche fare una trasmissione come quella con Biancamaria Frabotta ma era pornografia pura, perché nonostante l’argomento fosse alto, l’orrore dell’ambiente, l’allestimento sbagliato, le cose dette in maniera troppo solenne, creavano un effetto respingente. Quindi occorre creatività per parlare di cose creative, tant’è vero che di esempi paralleli al mio, benché secondo me meno efficaci, ma più retoricamente impostate perché lui era di sinistra, sono la lettura di Dante di Benigni che essendo un comico si fa ascoltare anche quando parla di Dante. Poi in realtà non è una persona di grandissimo valore, però comunque è riuscito a creare attenzione su Dante, ha giocato anche lui su quei codici.

 

E invece Federico Zeri?

Federico Zeri, anche lui mio seguace in quel caso, fu benedetto da me nell’89 quando dissi che lo volevo vedere morto, il che naturalmente gli aumentò la vita. Poi cominciò ad andare in televisione e a fare il comico, travestirsi col kaftano, cazzeggiare. Quell’aspetto di Federico Zeri era molto divertente, pittoresco, perché era riconosciuto come persona particolarmente capace, ma con modi di fare che sicuramente non appartengono ad un professore. Quindi a suo modo ha seguito me, forse in maniera meno permanente nella memoria.

Ma il mio seguace migliore è stato Cossiga. Quando si metteva a cazzeggiare e a mandare a fanculo la gente era uno sgarbiano. Quindi io ho aperto un filone di cui sia Zeri, sia Cossiga sono stati degli interpreti anche efficaci. Cossiga con ottimi risultati, Zeri con un po’ di paradossi comici, grotteschi, caricaturali però certamente era l’opposto del professore. Il professore sta con la cravatta dietro la scrivania e la Treccani alle spalle, lui invece con un kaftano e una scultura dietro.

 

Quali sono state le rivoluzioni fondamentali per la televisione?

Diciamo che le rivoluzioni fondamentali per la televisione furono negli anni Settanta. Mi ricordo che nel ‘70 o ‘71 circa, da uno scantinato di un magazzino, credo a Hollywood, furono recuperati tutti i film di Buster Keaton e la televisione italiana li mandò in onda tutti. Vedere apparire uno più bravo di Chaplin per me fu un esperienza cinematografica ma che condivisi grazie alla televisione.

Poi è il momento dell’elezione di Giovanni Paolo I, una delle cose più importanti della storia della televisione. Quel giorno io sentivo il discorso alla televisione, e c’era lui col questo zuccotto in testa che diceva: “Sono Albino Luciani, mi hanno detto che sono diventato Papa. Mi chiamo Giovanni Paolo I. Quando me lo hanno detto sono diventato tutto rosso.” Una cosa meravigliosa! Poi prima di morire ha dato alcune prove fondamentali. Un bambino all’Ambrosiana va a salutare il Papa e il Papa lo riceve, lo mette vicino a sé e dice:

  • E tu come ti chiami?

 – Mi chiamo Davide.

  • E tu cosa fai Davide?

 – Faccio la quarta elementare.

  • Come vai a scuola?

 – Eh insomma mi hanno bocciato in geografia!

  • Anche a me! Anche a me! Mi avevano bocciato in matematica!

L’idea del Papa bocciato in matematica era un capolavoro.

Poi nel 1984, poco dopo la morte di Papa Albino Luciani, c’è la più grande rivoluzione televisiva che è Quelli della notte. Quelli della notte era il cazzeggio puro e Arbore era il regista di tutto. Un po’era sceneggiatura, un po’ era invenzione. Tutti quei personaggi inverosimili… Lì è stata l’apparizione di un mondo che ha scardinato la televisione.

Dopo di questo momento c’è la fase televisiva di Cossiga, che in televisione mandava a fare in culo tutti e un presidente della repubblica che mandava a fare in culo la gente non si era mai visto.

E poi l’ultima invenzione artistica è il Grande Fratello, edizione numero 1. Di solito la struttura televisiva è una struttura che non funziona, come Porta a Porta, perché è statica. La gente sta seduta, poi c’è uno che prende la parola e la telecamera è fissa. Invece al Grande Fratello, tralasciando il fatto che non avevano niente da dire e quindi bisognava vederlo senza l’audio, vedevi questa gente che galleggiava, perché le telecamere erano dappertutto, ed era un invenzione di uno spazio nuovo. La novità si misura sullo spazio. Un saggio fondamentale di Francastel, parla dello spazio figurativo dal rinascimento al cubismo, cioè dal rinascimento come prospettiva, al cubismo che invece è movimento.

Ecco, in televisione ad un certo punto si è usciti dallo schema Costanzo, talk show, e si è passati ad uno schema in cui uno va al cesso e lo riprendono. Bellissimo! Naturalmente le altre edizioni non le ho neanche viste ma quella era l’edizione di Taricone e mi colpì molto perché io ne compresi la rivoluzione, non talk ma di spazialità. Era una spazialità libera. La gente si muoveva come voleva.

Altra rivoluzione negli anni ‘60-‘70 era quella di Nanni Loy, quando la televisione in bianco e nero, con la Candid Camera. Quindi riprende all’insaputa di altra gente e ovviamente si sente anche Sgarbi quando dice “allarga le gambe che ti lecco la …”. Tutte cose inverosimili che uno in televisione non dice perché sa di essere ripreso. Per cui io sono in realtà, tecnicamente, l’inventore del reality show.

 

In che senso?

Da Costanzo è come il casinò. Nel casinò è regola che il cliente perda, però ogni tanto uno sbanca ed io ho sbancato. Cioè io ero lì e lui:

  • Lei è un critico d’arte..
  • Io sono un critico d’arte? Io faccio i cazzi miei!

Me la prendevo con chiunque spostando sempre l’obiettivo di quello che lui cercava di chiedere. Era un siparietto e lui era lì, con le sue otto persone, che si rompevano il cazzo perché faceva un siparietto di un quarto d’ora ad ognuno ma nessuno interferiva. Io invece non solo interferivo ma non ero proprio il critico d’arte classico che lui avrebbe voluto. Quindi dopo la prima volta che litigai con lui, le volte successive, una volta mandai a cagare la preside dicendole “stronza”, una volta mandai a cagare l’assessore Battaglia, che si mise a piangere e per cui tutto questo voleva dire sbancare il banco. Lui era come il casinò ed io lo sbancavo. E non era basato su una strategia, perché io mi comporto sempre nello stesso modo, se c’è una telecamera mi comporto come se non ci fosse. Quindi io sono una candid camera naturale!

Quindi io ho cambiato la società televisiva. Non solo perché oggi si incazzano tutti! Io dico le parolacce perché vuol dire comportarsi come se non fossi in televisione. Questa è l’invenzione del reality. Dopo tre giorni che sei in un reality show, ti dimentichi che c’è la telecamera e vivi normalmente. Quel momento lì è quello che crea il divertimento del reality perché la gente non è più in posa.

Da questo punto di vista alcuni conduttori sono ancora legati ad una visione potremmo dire ottocentesca come Vespa. Invece io ho scardinato tutto e ho goduto anche del beneficio che nonostante io mandassi a cagare, questo era utile perché facevo ascolti e quindi mi invitavano lo stesso. Quindi io mi sono conquistato la libertà assoluta.

Per quello che riguarda l’arte, tutto questo serve come un grande spot. Se l’arte la fa uno che va lì e dice “sono un professore”, uno cambia canale. Se la fa Sgarbi, guardi. Magari in quel momento diventavo non dico accademico ma molto corretto e quei dieci minuti da Costanzo erano l’estasi e non c’era mai il calo dell’audience perché avevo immesso quella lezione d’arte, non in un momento separato ma dentro qualcosa che guarda il popolo. Un elemento di popolarizzazione che non era mai stato fatto prima. Poi non so quanto sia stato utile realmente, però certamente ho dato l’idea che c’era l’arte e che esisteva lo storico dell’arte, figura non percepita.

Quindi, questa è sicuramente la chiave, più mandi a cagare e più cresce l’interesse!

 

Lei si immagina Longhi oggi fare una trasmissione televisiva? E quale?

Longhi, io l’ho anche studiato, e andava volentieri in televisione. Ma comunque se tu controlli su internet ti accorgi che Sgarbi è meglio. Io sono molto meglio di Longhi. Longhi è abbastanza bravo però lui è convinto di essere Longhi. Io invece ho anche il vantaggio che non me ne frega un cazzo di essere Sgarbi. Mentre Longhi “Io sono il professor Longhi, Carpaccio è un pittore veneto…” . Ha quel tono lì…

 

Pensa che i nuovi media possano favorire la divulgazione dell’arte?

Quando la televisione è entrata nella sua fase di decadenza, perché di fatto oggi non la guarda più nessuno, i miei uomini hanno iniziato a lavorare sul web e quindi io sono tornato vivo attraverso questo. Io ho un canale televisivo che è web e di cui ovviamente io faccio uso ma non è un merito mio, è una rendita passiva: qualcuno lo ha pensato ed io lentamente sono cresciuto. Ogni tanto qualcuno mi dice “ abbiamo visto un tuo intervento..” e mi fanno vedere una cosa del 1940, qualcuno lo ha trovato e lo ha messo sul web.

 

Il suo modo rivolgersi al pubblico del web rispetto a quello televisivo è uguale?

È uguale. In televisione è una rottura di coglioni perché ci sono i conduttori che naturalmente mando a cagare come ho fatto con la Panella. Invece nei video sono da solo e quindi non solo sono libero ma sono anche più intelligente dei conduttori. Perché loro, quando tu fai un ragionamento, dopo due/tre minuti, ti interrompono, è inevitabile. Non hanno rispetto dei tempi, soprattutto con me che sono molto più bravo di loro.

 

 

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