Enzo Cei e Spoerri in assenza

Ho conosciuto Enzo Cei un anno fa, in occasione di un incontro all’Università, a cui poi sono seguite alcune telefonate che avrebbero dovuto essere brevi interviste ma che in realtà si sono sempre trasformate in lunghi e appassionati racconti sulla sua carriera e sulla sua visione.

Enzo Cei comincia la sua carriera da autodidatta. Fin da subito il negativo diventa per lui come lo spartito per il violinista, lo interpreta, lo fa suo in modo mentale e fisico.
Il risultato finale è il frutto spontaneo di questa interpretazione, di questo contatto diretto con la materia. Ecco perché un anno fa gli dedicai uno scritto dal titolo Il violinista della fotografia. Cei definisce la sua fotografia monotematica, poiché ritrae l’umanità che soffre e spera. Il tema ricorrente sembra essere quello di una sofferenza disvelata nei suoi tratti più veri, quelli della vita che scorre inesorabile.

Chi mi sta di fronte lo scelgo io, cerco di restituire l’umanità delle persone che mi sono di fronte, perché una persona è sempre depositaria dell’umanità.

Fiori. La vita che vince, 14 storie di figli, (2013) è un lavoro dedicato a 14 bambini che lottano contro mostri enormi, malattie che cercano di sconfiggere la vita.
Azzardare un paragone con Daniel Spoerri, per una qualsiasi di queste foto, potrebbe sembrare quasi una follia, un azzardo, uno scivolone da critico improvvisato.
Eppure c’è una foto del libro che ha generato in me un pensiero particolare, e non solo per l’ovvio richiamo compositivo della tavola apparecchiata, ma anche e soprattutto per una ragione di carattere teorico.

Daniel Spoerri emerge nel periodo degli anni Sessanta del Novecento, all’interno del Nouveau Réalisme europeo che si sviluppa contemporaneamente al Neodadaismo in America. L’intento dei Nouveaux Réalistes era quello di far sopravvivere gli oggetti di consumo della nuova società di massa alla loro stessa natura: esser comprati, consumati, buttati.

Alla fine degli anni Cinquanta tonnellate di spazzatura compaiono improvvisamente come gigantesche cellule marcescenti, mutando per sempre l’impianto urbanistico delle città e soprattutto stili e abitudini di vita. Un mutamento sociale e ambientale di tale portata non poteva non essere assorbito dagli artisti, che infatti cominciano a compattare rifiuti e ferraglia abbandonata (Arman e César) per esporle come moderne sculture-specchio del cambiamento in atto.

Daniel Spoerri, Quadro trappola

È in questo periodo che Spoerri comincia a lavorare sulle tavole apparecchiate, creando i quadri trappola. L’intento era quello di cristallizzare un’abitudine, di far improvvisamente – e ironicamente – diventare importante ciò che non lo era. La metafora di una vita effimera, votata al consumismo, in cui tutto è destinato prima o poi a diventare rifiuto, entra nelle gallerie d’arte e si mostra come rivelatrice della società che sarà. Il pasto consumato, i resti di cibo, le stoviglie sporche assumono una connotazione negativa, l’opera diventa commento e critica alla società del consumismo che tutto divora e distrugge.

fotografia
Enzo Cei, fotografia tratta da Fiori. La vita che vince, 14 storie di figli, (2013)

Osservando questa fotografia di Enzo Cei assistiamo al ribaltamento della dialettica spoerriana. La tavola perfetta, immacolata, le stoviglie pulite e allineate. Il candore quasi mistico sprigionato da piatti e tessuti illumina il volto della bambina, che con aria incerta fissa l’obiettivo. Il pane sembra esser stato appena messo in tavola, ancora intatto, integro, perfetto. È l’unico cibo presente nella scena, al contrario delle trappole, spesso sporche e cosparse di avanzi.

Qui il tempo non è passato inutile, in questa foto il tempo sembra aver rallentato, fino a farla sparire, quella corsa frenetica, cristallizzata nei quadri trappola di Spoerri.
La fretta è abolita dalla composizione, c’è solo questo momento fermato, che non si protende verso catastrofiche conseguenze consumiste, lasciando piuttosto intendere il momento piacevole che verrà, il pranzo di famiglia.

Non c’è nulla di prettamente riconoscibile come appartenente a un determinato periodo storico e sociale, anche i vestiti della bambina sono semplici, senza alcun orpello. Lì dove le opere di Spoerri fotografano con netta lucidità un’epoca, questa foto si colloca in un tempo infinito, appartenendo contemporaneamente a ogni epoca e a nessuna. Il senso di calma e tranquillità della composizione di Cei sta all’opposto della sensazione di ansia e perdita indotta dalle opere di Spoerri.

chagall
Marc Chagall, Paesaggio blu, 1949

Il volto buffo e asimmetrico della bambina, che sembra un po’ domandare un po’ sorridere, contribuisce a creare questa atmosfera sospesa. Colpisce anche che sembri seduta su una sedia che ha lo schienale più alto rispetto alle altre due sedie, in realtà è un effetto dovuto alla prospettiva rialzata, a un’osservazione più attenta appare evidente che le altre due sedie sono accostate al tavolo.  Nella sua posizione leggermente decentrata, seduta da sola, quasi come fosse lì per caso, mentre osserva il misterioso ospite che la fotografa, potrebbe essere un personaggio materializzatosi dai quadri fiabeschi di Chagall.

Ritratta per la sua battaglia contro il mostro, ciò che di lei emerge è il fiabesco e l’innocenza. Appare quasi naturale immaginarla sorridere prima o dopo questo momento. Penso che questo scatto prezioso potrebbe, in futuro, essere per lei qualcosa capace di ricordarle che, nonostante tutto, non ha mai perso il suo incanto, conservando intatta la sua essenza delicata e onirica come un sogno di Chagall.

 

Grazie a Enzo Cei per la sua grande disponibilità e umanità.
Fotografie di Enzo Cei tutti i diritti riservati.

 

 

 

 

 

Articolo di Emanuela Colazzo

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